"Il mio paese è Oppido Mamertina. E' stato costruito per la settima volta dopo il terremoto del 1783 nel territorio della Torre Tuba. E' risorto più bello per l'ottava volta nello stesso luogo, dopo il terremoto del 1908. Si trova a 20 chilometri dal Golfo di Gioia Tauro e a un quarto d'ora di automobile dalla chiostra delle Alpi Calabresi , da cui gli vengono le acque freschissime e saporose". (Don Luca Asprea da il Previtocciolo)
Novelle
IL BEL LEGGERE - MASTRU PEPPINU E PEPPINEJIU
GENTE CALABRESE NELLE NOVELLE DI NINO GRECO ( le contraddizioni di una società alla deriva )Leggere le novelle di Nino Greco è stato subito piacevole, come sentire , nelle prime ore del mattino, l’estate fresca della piazza mamertina dominata dalla monumentale Cattedrale, custode discreta delle virtù e delle ombre di un popolo antico, ancora fiero delle sue tradizioni e della sua storia.
U sicarru ‘i Peppinejiu è la scusa per l’indagine di un mondo che da noi sopravvive, con altre forme , forse meno acerbe, e dentro cui l’umanità diventa regola e contratto, oltre l’imperio dell’ordinamento giuridico, potere e dovere, e sempre al servizio di una natura , che da padrona beffa tutti , potenti e serventi, ma sa dare pane e dignità a chi, Grillo o Porcari, possidenti o mezzadri, sparge sudore sulla terra,anche se lascia il riconoscimento dei meriti ai poveri uomini , incapaci , nel più delle volte, di essere giusti dispensatori della provvidenza.
“ Tutti i giorni Porcari , guardiano dei Grillo a Mazzanova, controllava le varie ante di uomini “ - scrive Nino Greco - “ Il controllo dei lavori, oltre che dal guardiano,veniva effettuata anche dai padroni.” Il lavoro ed il raccolto, di quei tempi, erano la ricchezza della comunità . Non vi erano altre entrate. Il lavoro, dunque, unica garanzia di sopravvivenza per i contadini e per i padroni, per questi ultimi anche fonte di benessere, si doveva svolgere con la massima diligenza, perché la terra, come dicevano i vecchi maestri contadini, ti mbasti e t’incanna, come faci la nanna, ( ti nutrisce e ti rende forte, come fanno tutte le nonne calabresi con i figli dei propri figli ). Il buon lavoro era la salvezza dell’annata e la prosperità della Gente. Un errore nella cura delle ante comportava miseria per i contadini ed impoverimento delle signorie, costrette a rinunciare alle agiatezze ed ai lussi , non sempre, per la verità, almeno nelle nostre contrade, ostentati con protervia.
La descrizione del Casino di Mazzanova dei Grillo , bello e ben servito, mi ha riportato alla memoria l’arredo di quella villa di campagna, che visitai con i fratelli Sigillò, eredi di quei possedimenti, ed il grande quadro ad olio , dai colori vivi e naturali, che niente aveva da invidiare all’arte fiorentina e napoletana del tardo ottocento, raffigurante la signora di Mazzanova ( una grillo, madre dei Sigillò) a cavallo tra i boschi di ulivi in una campagna lussureggiante e prolifica.
Ma Nino Greco, in questo racconto , dipinge il suo quadro, tagliando le misure di quella società dove le contraddizioni si scioglievano nella cultura forgiata per il trionfo di una classe dominante oziosa e retrò, senza ambizioni e già fuori da quella civiltà generata duecento venti anni prima dall’eco della rivoluzione francese, strozzata in prima istanza dai sanfedisti e dal nostro cardinale Ruffo e mai più riascoltata , se è vero che ancora la Sicilia propone una nuova versione di separatismo e la Calabria prova ad infettarsi , per restare eternamente terra di nessuno e del passante. U signurinu , figura fino ad oggi mitica tra la classe contadina, ancorché evoluta a medio borghese, a volte della peggiore qualità, “ girovagava “ ( e qui il verbo predica con efficacia il dinoccolato impegno lavorativo dei padroni ) “ per controllare la zappatura. L’ordine era quello di zappare a menza scugna, cioè a media profondità.” Questo metodo – scrive Nino Greco – garantiva il ricambio della terra alle radici e favoriva il sotterramento del favuzzu nei gambitti, trasformandolo in fertilizzante. Di tanta arte era dotato Peppinejiu u stemmuso ( così detto per la sua perniciosa tosse ) richiesto da tutti , ma solito nelle terre dei Grillo.
Peppinejiu, lavoratore, possiamo dire stakanovista , aveva un unico vizio : il fumo. Ma proprio questa sua debolezza fu la causa di una straordinaria scoperta. A mezzogiorno in punto, racconta Nino Greco, u signurinu sedeva a pranzo, banchettando per due lunghe e perigliose ore. Alla fine, dopo avere consumato un lauto ed abbondante pranzo, preparato dalle sapienti mani d’onna Marantonia , spesso arricchito dal dolce e sempre concluso con il cafè alla napoletana, le cui calorie bastavano per una giornata lavorativa ( i jacca d’arba a calat’e suli ) di dieci e passa uomini di fatica, il padrone , sull’uscio della porta, accendeva un grosso sigaro toscano e gustava le boccate con cadenza ritmica a tempo , “ dando proprio l’idea di essere pieno, sazio, felice e in estasi per il sigaro. Questa scena si ripeteva tutti i giorni intorno alle 14,00.” I contadini, tra una zappata e l’altra, seguivano le abbuffate del signurinu, dopo avere loro stessi concluso la liturgia del pranzo, mangiando nella camella qualche sarda salata, pepe,olio e pane duro o nero , pur sempre santo, così pensava e pensa la nostra gente. Il tono dello scrittore, nel descrivere questa scena, non è turbato, perché Greco conosce bene la forza del nostro popolo e della gente di campagna e sa che , guardando quella scena non c’erano sentimenti di invidia o di rivalsa sociale, ma quasi l’orgoglio di avere un padrone ricco, rigoglioso e ben nutrito. Questa e la radice della nostra cultura , alimentata da tutti i poteri e da tutte le istituzioni e mai riconvertita, nemmeno dalla Chiesa che tanta parte ha avuto nell’educazione delle masse popolari meridionali.
Peppinejiu, affascinato dal fumo del sigaro, decise di provarne il piacere e così fece. Ma le sensazioni provate non erano quelle del signorino, al contrario. Il fumo del toscano lo faceva tossire violentemente e stare male. Si domandava perché; finché un giorno, entrato nella cucine d’onna Marantonia, ebbe modo di vedere tutto il ben di Dio che il padrone consumava in un sol pranzo feriale e capì perché il tabacco forte del toscano provocava piacere al signorino, come a lui nausea e forte tosse. Peppinejiu scopriva la differenza dialettica tra uomo ed uomo; ma, senza malizia, semplicemente, tornò a fumare la sua sigaretta rollata.
Stupenda e magistrale è l’altra novella : quella di mastro Peppino. Qui è l’equivoco che domina la trama, rendendo comica, al limite del paradossale, una situazione tragica. Questa si che si presta ad una traduzione in commedia pirandelliana, anche perché coinvolge un gigante dell’ironia che fu mastro Peppino Rizzica , narratore di doti straordinarie a cui mai vennero meno il gusto della battuta e la grazia del racconto. Bisogna leggere questo bel libro. Lo ritengo un piacere irrinunciabile , direi quasi un bisogno, visto che Nino Greco ci ha riservato questa gradita offerta.
( Pezzo inviato a CalabriOra il 13/08/2009 )
Ringrazio Il Dott. Antonio Frisina per il risalto che ha voluto dare a questa mia pubblicazione.
(Nino Greco)
